Introduzione a Resurrexit sicut dixit

Pubblico l’introduzione al mio nuovo libro, RESURREXIT SICUT DIXIT – Dalla tomba vuota al cielo, pp. 217, 2026.
Tra i testi in tema di Risurrezione, ve n’è uno che supera d’importanza tutti gli altri. Il Vangelo di Giovanni racconta che Nostro Signore Gesù Cristo annuncia ai Suoi discepoli la morte del Suo amico Lazzaro (11, 14). Allora, Egli e i Suoi discepoli si recano a Betania. Marta, sorella di Lazzaro, dice a Gesù: «Signore, se eri qui, mio fratello non moriva. Ma anche adesso so, che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà» (11, 21-22). Le dice Gesù: «Tuo fratello risorgerà». Gli risponde Marta: «So che risorgerà nella Risurrezione dell’ultimo giorno». Le dice Gesù: «Io sono la Risurrezione e la vita: chi crede in me, sebbene sia morto, vivrà: e chiunque vive, e crede in me, non morrà in eterno. Credi questo?». Gli risponde: «Sì, o Signore, io ho creduto che tu sei il Cristo, il Figliuolo di Dio vivo, che sei venuto in questo mondo» (11, 23-27). Commenta così padre Marco Sales (1877–1936) il passaggio di questo dialogo che qui interessa: “Io sono la Risurrezione e la vita: chi crede in me, sebbene sia morto, vivrà: e chiunque vive, e crede in me, non morrà in eterno. Credi questo?”: «Gesù corregge la troppo ristretta opinione che Marta aveva del Suo essere e del Suo potere. Verbo eterno di Dio, Egli non ha bisogno di ricorrere ad altri per risuscitare un morto, poiché è la stessa Risurrezione e la stessa vita, ossia è l’autore ed il principio di ogni Risurrezione e di ogni vita, e niuno risorge o vive, se non perché Egli lo fa risorgere e vivere. Se adunque Lazzaro risorgerà nell’ultimo giorno, sarà Gesù che lo farà risorgere; e se Gesù allorà potrà richiamarlo a vita, perché non potrà compiere subito ora questo prodigio mentre non dipende da alcuno nell’esercizio del Suo potere? Colui che crede, ossia ha una viva fede in me accompagnata dalla carità, ancorchè muoia, vivrà, perché io lo richiamerò ad una vita immortale di gioia e felicità. La sua non sarà una morte, ma un passaggio dalla vita fedele nel tempo, alla vita beata dell’eternità».
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Se l’Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo che si fa Carne e viene a vivere in mezzo a noi, è il più grande fatto della storia umana; se la Sua vita precedente a quella pubblica, prepara, nell’obbedienza ai Suoi genitori, nell’esercizio delle sane virtù e nell’umiltà, il Suo apostolato di carità e di amore, che ha il suo culmine nelle Beatitudini e nella tenerezza con cui tratta i Suoi nemici, a partire da chi Lo tradirà e Lo consegnerà ai Suoi carnefici; se le tentazioni a cui Lo sottopone il diavolo prefigurano l’itinerario della nostra vita su questa terra, segnato da insidie quotidiane perpetrate dai potentati delle tenebre che ci vorrebbero allontanare dalla nostra ragione di vita; se la Sua natura anche umana Lo porta a sudare sangue prima dell’estrema prova e ad abbandonarsi alla volontà del Padre che è nei cieli, come dovremmo fare noi ogni volta che la vita ci propone situazioni che ci sembrano andare al di là delle nostre forze; se attraverso la Sua Passione e la Sua Morte, provocata da uomini crudeli e senza Dio, ci consegna l’unica possibilità di salvezza; se la Sua tomba al terzo giorno viene trovata vuota, questo fatto ci consente di sperare nella vita eterna in corpo e anima e se crediamo in Lui, viviamo già su questa terra, la gioia e la beatitudine della Risurrezione. Nulla, proprio nulla, su questa terra – nessun affetto, nessuna vicissitudine, nessuna vanagloria – ci potrà allontanare dal coltivare la parte buona.
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Ancora Marta è protagonista di un dialogo intensissimo con Nostro Signore, che si svolge nella sua casa. Racconta san Luca (11, 38-42) che Marta aveva una sorella, Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascolta le Sue parole, mentre lei s’affanna tra le molte faccende di casa. Ad un certo punto, rivolgendosi a Gesù, Gli dice: «Signore, non t’importa che mia sorella mi abbia lasciata sola alle faccende di casa? Dille dunque che mi dia una mano». Il Signore le risponde: «Marta, Marta, tu ti affanni e t’inquieti per un gran numero di cose. Eppure, una sola è necessaria. Maria ha eletto la miglior parte, che non le sarà tolta». La parte migliore eletta da Maria non le sarà levata, perché la felicità dell’uomo in Cielo consiste nel contemplare Dio e nell’essere intimamente a Lui unito. È quello che dovremmo fare noi nella nostra vita. Grande importanza hanno le opere di misericordia corporale – dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gli infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti – che Gesù stesso indica nel Vangelo (Mt 25, 31-46), quando tratta il giudizio finale, ma esse sarebbero vane se non accompagnate dalle opere di misericordia spirituale – consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti – che sono la cifra del vivere del cristiano, essere che sta nel mondo, ma non è di questo mondo.
Il tempo dell’eternità. È questo il senso delle due vite, commentate da Sant’Agostino: «Maria ha scelto la parte migliore. La parte scelta da te non è cattiva, ma è migliore questa [scelta da Maria]. Perché è migliore? Perché tu sei occupata in molte faccende, mentre essa lo è in una sola. Alla molteplicità è superiore l’unità, poiché non è l’unità che deriva dalla molteplicità, ma la molteplicità dall’unità. Molte sono le cose create, ma uno solo è il loro Creatore. Il Cielo, la terra, il mare e tutte le cose contenute in essi quanto sono numerose! Chi potrebbe contarle? Chi potrebbe immaginarne la moltitudine? Chi le ha fatte? Le ha fatte tutte Dio; ed ecco: tutte le cose sono molto buone. Se sono molto buone le cose ch’egli ha fatto, quanto migliore sarà lui che le ha fatte? Esaminiamo quindi le nostre occupazioni relative a molte faccende. È necessario il servizio per coloro che intendono ristorare il corpo. E perché? Perché si ha fame e sete. È necessario fare opere di misericordia per i miseri. Si spezza il pane all’affamato perché si è incontrato uno che ha fame; se puoi, elimina la fame: per chi spezzerai il pane? Se si elimina il soggiorno in un paese straniero, a chi si offre ospitalità? Se si sopprime la nudità, per chi si procura un vestito? Se non ci fosse la malattia, chi si andrebbe a visitare? Supponiamo che non ci sia la prigionia, chi potrebbe essere riscattato? Se non ci fossero litigi, chi potremmo mettere d’accordo? Qualora non ci fosse la morte, chi potremmo seppellire?». Quale sarà la nostra condizione nella vita futura? Maria la sta vivendo sulla Terra, dedicata com’è tutta a Gesù.
Prosegue Sant’Agostino: «Nella vita futura questi mali non ci saranno e per conseguenza neppure queste occupazioni. Faceva dunque bene Marta ad occuparsi della – non so come chiamarla – necessità o volontà oppure volontà della necessità, che aveva il corpo del Signore. Marta rendeva un servizio ad una carne mortale. Ma chi era nella carne mortale? In principio era il Verbo e il Verbo era con Dio e il Verbo era Dio: ecco chi era Colui che Maria ascoltava. Il Verbo si fece carne ed abitò in mezzo a noi: ecco chi era Colui che Marta serviva. Maria, dunque, ha scelto la parte migliore che non le verrà tolta. Ha scelto infatti ciò che durerà in eterno, ecco perché non le verrà tolto. Ha voluto occuparsi d’una sola cosa, già possedeva il suo bene: per me il mio bene è star unita a Dio. Stava seduta ai piedi del nostro capo; quanto più in basso sedeva, tanto più riceveva. Poiché l’acqua affluisce verso la bassura delle convalli, ma scorre via dalle alture dei colli. Il Signore non biasimò dunque l’azione, ma distinse le due occupazioni. Sei occupata – dice – in troppe cose, mentre una sola è necessaria. È questa la cosa che Maria si è già scelta. Passa la fatica della molteplicità, ma rimane la carità dell’unità. Ciò che dunque ha scelto Maria non le sarà tolto. A te, al contrario, ciò che hai scelto – questa è la conclusione che naturalmente ne consegue ed è certo sottintesa – ciò che hai scelto ti sarà tolto ma per il tuo bene, perché ti sia dato ciò ch’è meglio. A te, infatti, verrà tolta la tribolazione per darti il riposo. Tu sei ancora in viaggio sul mare, essa è già nel porto. […] In queste due donne sono simboleggiate due vite: la presente e la futura; l’una vissuta nella fatica e l’altra nel riposo; l’una travagliata, l’altra beata; l’una temporanea, l’altra eterna».
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Il Regina caeli è una delle quattro grandi antifone mariane prescritte dalla tradizione liturgica latina. Viene cantata nel tempo di Pasqua, dalla Veglia Pasquale fino ai primi Vespri della Solennità di Pentecoste. La diffusione stabile nella pratica è testimoniata nel XIII secolo, con piena adozione nella liturgia romana nei secoli XIV e XV. Oggi, il Regina caeli viene recitato o cantato: al posto dell’Angelus, nel periodo pasquale; al termine della Liturgia delle Ore, in particolare dopo Compieta; nelle processioni e celebrazioni mariane del tempo di Pasqua. Nell’antifona, è contenuto il titolo scelto per questo lavoro: Regina coeli, laetare, alleluia. Quia quem meruisti portare, alleluia. Resurrexit, sicut dixit, alleluia. (Regina del Cielo, rallegrati, alleluia / Perché colui che meritasti di portare (in grembo), alleluia / È risorto, proprio come disse, alleluia).
Il passaggio resurrexit sicut dixit richiama direttamente l’annuncio evangelico: «Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: “Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva”» (Mt 28, 5-6). È il cuore teologico dell’antifona: la Santissima Vergine Maria, che è insieme alle altre donne, viene invitata a gioire perché il Figlio è risorto, confermando le proprie parole. Il XXIII Canto del Paradiso della Divina Commedia vede il Regina Coeli come protagonista. È l’Inno dei Beati, quando questi ricevono l’estatica visione della Vergine e desiderano con tutto il cuore manifestare la loro immensa gioia al Poeta.
Perché un libro sulla Risurrezione? La Risurrezione dei corpi è la speranza certa che ci ha donato Gesù Cristo. Grazie a questa speranza, che dobbiamo coltivare tra le miserie di questa terra, possiamo vivere non da bruti, ma da figli di Dio, lontani dalle tentazioni e dal peccato, nell’amore e nella carità.
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Assumendo la carne umana, Gesù ha santificato il corpo, vuole aiutarci a comprendere sant’Atanasio (293 ca.-373), nel De Incarnatione Verbi. Il corpo è divenuto tempio dello Spirito Santo. Su questo occorre oggi più che mai porre l’attenzione. Pensiamo – ad esempio – alla diffusione sotterranea dell’eutanasia, alle campagne sul testamento biologico, volte a determinare quando, in base ai desideri umani, dovrebbe intervenire la fine della vita e a favorire l’espianto degli organi del corpo umano, ai trapianti degli organi che avvengono a cuore battente, alle forsennate campagne che iniettano nel corpo, anche dei bambini – l’abbiamo visto con il Covid19 – sieri non sperimentati che hanno effetti devastanti. Per la cultura – cosiddetta – occidentale, diventata nel corso dei secoli anti-cristiana e quindi anti-umana, il corpo non è solo cenere, tanto ormai è diffusa la pratica della cremazione, tollerata dalla gerarchia ecclesiastica attuale, in aperto contrasto con la Sacra Scrittura e la Tradizione. Il corpo è giunto ad essere considerato… letame. Da tempo, negli Stati Uniti sono diffusi i cimiteri verdi, i boschi nati dalla trasformazione biologica e naturale del corpo umano. Lo Stato di Washington è stato il primo ad approvare il compost umano: la legge varata nel 2019, è entrata in vigore l’anno seguente. Il processo, conosciuto come recomposition, consiste nel collocare il corpo del defunto all’interno di un contenitore per far sì che si decomponga in un terreno ricco di nutrienti e restituirlo eventualmente alle famiglie o spargerlo in un campo. Il corpo diventa concime. «La sepoltura convenzionale», si legge nel sito di Recompose, public benefit corporation (società di pubblica utilità di Seattle) «consuma prezioso terreno urbano, inquina il suolo e contribuisce al cambiamento climatico attraverso la produzione ed il trasporto di bare, lapidi e rivestimenti per tombe, che richiedono un elevato consumo di risorse». Ovviamente, ciò si aggiunge al fatto che «il nostro approccio al compostaggio umano consuma l’87% di energia in meno rispetto alla sepoltura o alla cremazione convenzionali. Il processo biologico imita i cicli naturali della Terra ed è simile a ciò che avviene sul suolo forestale quando la materia organica si decompone e diventa terriccio». Ormai questa pratica è legale in ben quindici Stati degli USA, con l’adozione del New Jersey (settembre 2025). Non si può dire che sia tornato il paganesimo, perché i pagani – pur non conoscendo Gesù Cristo e la Rivelazione – onoravano i corpi dei defunti, indagavano la questione dell’immortalità dell’anima, immaginavano e forse speravano che corpo e anima, dopo la morte, avessero un destino, in qualche modo ed in molti casi, facevano i conti con la dimensione dell’aldilà.
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La nostra vita è un viaggio, che segue quanto Aristotele (384 a.C.-322 a.C.) ha affermato in quel noto passo della Metafisica riguardo l’origine della conoscenza: «Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia». Nel solco della meraviglia si riflette infatti il mistero dell’uomo: un essere della terra – humus – che aspira al Cielo, un frammento di polvere, un grumo di cellule, animato dal soffio dello spirito. Come scriveva Pico della Mirandola (1463-1494), l’uomo è collocato al centro del mondo per essere libero di scegliere se degenerare verso le cose inferiori o rigenerarsi in quelle superiori.
Essere homo significa accettare questa tensione: essere humus che pensa, ama e crea; essere materia che porta in sé la nostalgia dell’eterno. Homo e humilitas: due realtà che non si possono e non si devono disgiungere. Nascono entrambi dall’humus: l’umiltà, quindi, è la più autentica espressione di ciò che siamo. L’uomo umile sa abitare il tempo senza esserne travolto. È l’uomo che resta, che rimane, che impara la pazienza del vivere. È l’uomo che possiede le qualità per guardare al Cielo. È l’uomo che sa onorare i propri defunti. Onorando i morti, la comunità riconosce un legame con un principio superiore, oltre ad istituire materialmente il fondamento simbolico del potere. Ogni ordine autentico nasce dall’esperienza di un oltre: senza apertura al trascendente, il potere non sarebbe che violenza. La tomba diventa quindi un segno di continuità, un simbolo che unisce i vivi, i morti ed il sacro. Nel mondo antico, il corpo umano non era soltanto una materia da seppellire o distruggere alla morte: rappresentava un contenitore sacro, un segno d’identità ed un veicolo per l’immortalità. La sua conservazione oltre la morte biologica era, in molte culture, un gesto rituale di grande valore religioso, sociale e simbolico. In questa prospettiva, la conservazione del corpo poteva in taluni casi perdere centralità, ma restare significativa nella ritualità funebre che accompagna la liberazione dell’anima. Le pratiche di sepoltura ed i rituali funebri non erano semplici atti di commiato, ma veri e propri riti di passaggio, carichi di significati religiosi, sociali e simbolici. Ogni civiltà ha espresso attraverso i propri rituali funebri una visione del mondo, dell’aldilà e del rapporto tra vivi e morti. Il morto non può riposare finché non riceve degna sepoltura. La morte è un punto di rottura per un individuo con la sua esistenza terrena ed essa richiede un’elaborazione, ma pretende che questa si concretizzi in gesti, in azioni, in pratiche: in attività di (altri) uomini.
L’essere umano nutre in sé un antico bisogno di stabilire un contatto con il divino. Questa intima necessità ha trovato una delle sue espressioni più potenti nella costruzione del tempio, che si configura come un ponte tra Cielo e terra, un luogo in cui l’uomo cerca di avvicinarsi alla sfera del sacro. Il tempio è un luogo diverso, separato dagli altri, come la stessa etimologia della parola ci mostra. Si tratta di un mezzo fisico da adoperare per raggiungere la divinità nella dimensione della sacralità. Nel Cristianesimo, la concezione del tempio si evolve ulteriormente. Nell’edificio del culto dell’assemblea dei fedeli tutto tende ad aiutare questi ultimi a pensare al Padre che è nei Cieli, a cominciare dagli elementi architettonici delle maestose costruzioni medievali che si elevano verso l’alto, attraverso archi acuti, pinnacoli e tutto quello che di più ingegnoso il credente ha avuto modo di edificare per tentare con le sue misere forze di glorificare in questa vita il Signore. Questa è la fatica dell’uomo di fede. Infine, l’Apocalisse presenta la visione della Gerusalemme celeste, descritta come una città-tempio che scende dal Cielo: «E vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal Cielo, da Dio» (Apocalisse 21, 2): allora, Cielo e terra non saranno più separati, ma finalmente uniti per sempre.
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La parte prima delle pagine che leggerete è dedicata all’anima immortale, attraverso i riferimenti ad una fonte letteraria alla quale l’uomo immerso nella modernità non può rinunciare se vuole rimanere legato alla trascendenza e coltivare la sua spriritualità: l’immortalità dell’anima è intesa come fondamento morale nei Fratelli Karamazov e nell’opera di Fëdor Dostoevskij (1821-1881). Altri riferimenti letterari scelti sono: Dante Alighieri (1265-1321), Alessandro Manzoni (1785-1873), Giovanni Papini (1881-1956) e Giuseppe Ungaretti (1888-1970). La parte seconda tratta il tema della Risurrezione dei morti nei primi secoli del Cristianesimo; della concezione del Paradiso; del sacrificio della Messa e della Risurrezione nella liturgia eucaristica. La parte terza riguarda la concezione metafisica del corpo e dell’anima nel pensiero teologico e si sofferma su sant’Agostino; san Leone Magno (390 circa- 461); san Benedetto da Norcia (480-547); san Gregorio Magno (540 circa-604); san Tommaso d’Aquino (tra il 1224 e il 1225-1274); sant’Ignazio di Loyola (1491-1556); Santa Teresa d’Avila (1515-1582); san Carlo Borromeo (1538-1584); il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster (1880-1954); Papa Pio XII (1876-1958). Le parti quarta e quinta citano e commentano i passi rispettivamente dell’Antico e del Nuovo Testamento che parlano di Risurrezione.
La parte sesta s’intitola Dalla tomba vuota al Cielo. Le parti settima e ottava si riferiscono rispettivamente a come il Catechismo di san Pio X definisce il tema della Risurrezione dei corpi e ai miracoli di Risurrezione compiuti dai santi. Le parti nona e decima si occupano del rapporto tra Ognissanti e la Risurrezione e della Risurrezione nell’arte. Il tema della parte undicesima è: la dormizione e l’assunzione al Cielo di Maria Santissima. Dopo la conclusione, vi è l’indice dei nomi citati.
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Viviamo immersi in un tempo in cui i diavoli sono tutti sulla terra, a milioni e milioni. Facciamo finta che non ci siano perchè ci siamo sbarazzati di Dio e non esiste più alcuna guida che ci insegni di averne timore, né di dedicare la parte più importante della nostra vita ad abbandonare le cose materiali, che tutte periscono.
Tutti noi, prima o poi, moriremo. I nostri corpi saranno putrefatti e mangiati dai vermi. Di noi non resterà nulla, ma per i meriti di Gesù Cristo risorgeremo tutti in anima e corpo. Chi destinato alla beatitudine celeste, chi alle pene dell’Inferno. Questa sarà la nostra vita e sarà eterna. Dice sant’Agostino: «Oh, se riuscissimo a spingere gli uomini, e noi stessi insieme con loro, ad amare la vita che dura in eterno almeno nella misura che gli uomini amano la vita che fugge!».
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