Non nobis Domine 35

«Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Detto questo, morì» (Atti 7, 56-60).
I testimoni del martirio di santo Stefano depositano i loro mantelli ai piedi del futuro san Paolo, che è l’artefice principale di quella lapidazione. Grazie all’intervento di Dio, che non ci abbandona mai e a volte anche grazie alla preghiera – come avvenne per Agostino, che si convertì grazie alla fede di sua madre, santa Monica – anche gli uomini che perseguitano Dio, dediti al male, i carnefici, possono diventare santi e conoscere il loro martirio. Insieme al peccato, che ci conduce nelle braccia del diavolo, convive in ciascuno di noi la necessità del bene, che si può manifestare anche dopo un’intera vita travagliata e dissipata. Si apre, così, la “stagione” della purificazione, che ci nutre di forza e coraggio per sopportare umiliazioni, mortificazioni, patimenti. Non per nostro merito, ma per la gloria di Dio. La vita o è un percorso di santificazione personale, che ha come mèta il Paradiso, o non è vita.